L'orgoglio romanista
di MICHELE GIAMMARIOLI

I lettori più affezionati ricorderanno che nelle mie ultime “riflessioni”, esternate all’indomani di Catania-Roma, dichiaravo senza mezzi termini di non sentirmi soddisfatto della conquista della nona Coppa Italia che davo peraltro quasi per scontata. Con questo spirito sabato sera mi sono recato all’Olimpico più per avere conferme dai colleghi che seguono quotidianamente le vicende societarie che per assistere all’ennesimo scontro tra Inter e Roma ma anche per tributare il doveroso omaggio a Spalletti e ai suoi ragazzi per la splendida cavalcata di questa stagione comunque indimenticabile. Ebbene, lo confesso, man mano che scorrevano i minuti mi sentivo sempre più coinvolto. Sarà pure un portaombrelli- mi chiedevo- ma questi meravigliosi ragazzi (staff tecnico compreso) meritano di dimostrare sul campo la loro superiorità sugli “odiati” neroazzurri i cui tifosi, annidiati in uno spicchio di curva nord, non la finivano di sventolare le loro bandierine crociate e di urlare l’odiato coro “ i campioni dell’Italia siamo noi”. Al gol di Mexes mi sono ritrovato a saltare dallo scomodo seggiolino della tribuna stampa e mi sono ritrovato ad abbracciarmi con il consueto amico e collega di mille partite. Stessa scena al due a zero firmato Perrotta e imprevista inquietudine al gran gol di Pelè tramutata velocemente in paura al palo colpito da Burdisso al minuto 64.
A quel punto, inconsapevolmente, è come se mi fossi trasferito in curva sud dove ho trascorso i miei anni giovanili e ho iniziato a tifare e ad inveire all’indirizzo del signor Morganti che ha confermato anche in questa finale l’attitudine della nostra classe arbitrale a lasciarsi affascinare dalle magliette neroazzurre. Ma come, cercavo di dire tra me e me, non te ne fregava nulla di questa Coppa e stai lì a tifare come il più becero dei curvaroli? Ma non è finita lì. Il gesto dell’ombrello indirizzato alla curva interista al triplice fischio di chiusura, la commozione al momento della premiazione nel vedere il Capitano alzare la Coppa( avrei preferito che l’alzasse insieme con De Rossi) e Rosella abbracciare tutti i giallorossi mi hanno portato a pensare a Franco Sensi e a quante gioie abbiamo provato sotto la sua presidenza.
A quel punto, mentre cantavo anche io “Roma Roma” e “Grazie Roma” ho cominciato a “riflettere”. Quella gioia liberatoria di questi tifosi impagabili ed inimitabili rappresentava forse lo spartiacque tra un’era e l’altra della storia giallorossa. Il passaggio di proprietà che potrebbe concretizzarsi tra oggi e domani provoca in me un sentimento contraddittorio di speranza e di rimpianto insieme. Come non pensare infatti ad eventuali scenari di gloria di una Roma americana non più protagonista indesiderata della grande scena calcistica ma invidiata, temuta e magari “odiata” dalle antagoniste nazionali ed estere perché troppo forte, troppo vincente e troppo ricca per il resto del lotto? Ma contemporaneamente come non pensare alla nostra storia fatta anche di “romette”, della colletta del Sistina ma anche della Roma scudettata di Viola e di quella di Sensi che nonostante gli autofinanziamenti e i tetti agli ingaggi ci ha fatto sentire come mai orgogliosi di tifare per questa squadra che ci ha fatto sognare scudetti e coppe dei campioni? Forse non siamo pronti, noi tifosi, per il definitivo salto di qualità? Chissà, lo sapremo solo vivendo. Saremo pronti per questo nuovo “status”? Interrogativi che potrebbero avere presto la loro risposta magari già alla fine di agosto quando sarà riproposta l’ennesima sfida tra Roma e Inter per la Supercoppa italiana.
Che Roma troveremo a S.Siro? La Roma dei Sensi o quella di Soros? Sicuramente quella di Spalletti,di Conti e di Totti ma, crediamo, di Rosella e di Pradè anche in una eventuale Roma a stelle e strisce. Quella di Franco Sensi resterà comunque per sempre nella storia di questa squadra e nella memoria della sua ineguagliabile tifoseria. Forse ci mancheranno tutti gli “scippi”subiti e le ingiustizie reiterate dagli arbitri in questi 80 anni della nostra storia e forse sorrideremo ripensando a quando si doveva stravincere contro tutto e tutti per vincere qualcosa. Forse rimpiangeremo di essere stati, soprattutto in questi ultimi anni, “poveri ma belli” quando saremo belli e vincenti e magari anche “antipatici” alle tradizionali grandi d’Italia e d’Europa. Forse. Ma sicuramente non dimenticheremo mai quello che siamo stati , che siamo e che resteremo sempre. Orgogliosi di essere romanisti!


Fonte: Il Romanista
Data:26/05/08
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