Una città che vibra
GIUSEPPE MANFRIDI

Roma vibra. Per il presente e per il futuro della sua squadra. Di quella vera, che le appartiene in modo quintessenziale, che porta il suo nome e che ha l’ardire e l’orgoglio di rappresentarne ovunque le meraviglie e le contraddizioni, interpretandone sia la grandiosità che le più minimali controversie quotidiane. Un articolo determinato femminile (la), e questa città - per ciò che è, coi colori che la tingono da sempre, col simbolo di una calda, materna lupa a rammemorarne le mitiche origini – esprime se stessa in quel mondo parallelo, non poi tanto fatuo, che è il mondo del calcio, palcoscenico di intense favole, arengo di sfide la cui incruenza non scongiura l’intensità di un vero sentire. Roma. La Roma. Si è vinto. Si è vinto un trofeo che proprio perché vinto da noi, ha acquisito ben più importanza di quanta ne avrebbe avuta altrimenti. Bella botta di presunzione, non c’è che dire, ma è la verità. La Coppa Italia ci guadagna a essere ancora una volta nelle nostre mani, effigiata sulle nostre maglie. In tal modo riesce a darsi una tradizione scongiurando quel senso di poco che in molti, i non vincenti, vorrebbero attribuirle, come fosse una sorta di torneo De Martino anni Settanta. Ve lo ricordate? Era quello a cui partecipavano formazioni composte dalle varie riserve della serie A, tanto per non farle anchilosare in panchina. Invece, anno dopo anno, e in gran parte grazie alla Roma che non ha mai voluto mollare la presa sull’insistita conquista dei suoi cari, e tanti, e aurei portaombrelli, la competizione ha ripreso quota, sempre più allineandosi all’importanza che altrove vien data ai suoi corrispettivi stranieri. In Inghilterra, la Coppa nazionale quasi supera in popolarità la Premier League; similmente, la Coppa del Re in Spagna non gode di minore considerazione, e sabato sera, in contemporanea con noi, il Lione, ai tempi supplementari, ha sottratto la Coupe de France al PSG con una determinazione per nulla smorzata dalla vittoria già ottenuta in campionato. Roba di rango, insomma. In più, a nutrire d’importanza la finale dell’Olimpico, noi abbiamo saputo aggiungere motivazioni particolarissime che nulla avevano a che spartire con la sgradevole espressione “vendetta sportiva”. Di fatto, si trattava di dare compimento, tramite un faccia a faccia diretto, a quella tenzone che ha fatto da struttura portante all’intera stagione calcistica nostrana, purtroppo sporcata da troppe disavventure capaci di mortificarne l’esito e di smagrirne il senso.
Parlo da romanista, logico, ma pure i romanisti a volte, facendo i romanisti, dicono le cose come stanno. Un’affermazione che, per onestà intellettuale, estendo a tutte le tifoserie, preventivamente tacciate di visioni distorte e soggettive. Affondo nell’impeto filosofico e lo affermo con piena convinzione: nulla di più affidabile, spesso, di una visione soggettiva del mondo per capire come davvero funzioni il mondo. Tanto per fare un esempio fra mille: siamo sempre stati faziosi e soggettivi, sicché romanisti, nel proclamare la regolarità del gol di Turone, mentre gli altri, gli obiettivi (Gianni Brera in testa) hanno a lungo inteso confermare la validità della decisione presa dall’arbitro Bergamo. Chi aveva ragione? Il tifoso fazioso o il lucido analista? Pietra sopra, e avanti! Meglio tornare alla gioia che ancora ci avvince. Il prossimo anno uno dei nostri obiettivi primi e dichiarati mi piacerebbe che fosse proprio la Coppa Italia. Sarebbe la decima. Dunque, per estrarre il succo di un evidente sillogismo, vorrei che uno dei nostri obiettivi di partenza fosse la conquista della nostra decima Coppa Italia. Varrebbe un’enormità. Varrebbe esattamente tutto il valore che, con la nostra passione, saremo in grado di darle. O non è forse vero che qui si è festeggiato un portaombrelli assai più di quanto, in altri paraggi, si sia omaggiato uno scudetto?
Poi, c’è un altro motivo per cui la città vibra. E’ la percezione di un futuro prossimo sradicato da un fervido presente, che, nel caso, mai verrà ricusato. Anzi, ne sarebbe ulteriormente esaltato. Non so quel che avverrà. Non so se avverrà. Tantomeno so se sia già avvenuto, né se possa avvenire nel tempo in cui andrà in stampa questo articolo. Ma so che tutto attorno si diffonde un mormorio che di questo è annuncio. Un mormorio intacitabile. Mormorio non di un auspicio, ma di qualcosa che, già lo scrissi, se pur non dovesse accadere, significherebbe in ogni caso un accadimento. Noi siamo nel pieno mutare delle cose. Coi Sensi o no, senza Soros oppure con lui, il domani giallorosso contempla dell’oggi solo una piccola parte. Per certo, il testimone fra ciò che è e ciò che sta per essere, ha la forma d’una Coppa, la sostanza di una vittoria. La Roma, vincente, sta forse per divenire più di quello che già è, e ognuno di noi cova nell’intimo la propria porzione di un sogno condiviso. Un sogno diffuso nella città tutta. Perciò, impossibile non sentirlo, Roma vibra.

Data:26/05/08
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